Dal Libro "Melanconiche Dimore"*
 di Roberto Marinelli, pp. 192-210



La Via dei porti lacustri dei Colli sul Velino.

Dalle pendici dei Colli di Labro — oggi territorio del Comune di Colli sul Velino — era agevole controllare la navigabilità del Lago Velino, che durante il Medioevo s’era ricostituito per la mancanza di manutenzioni alle opere della bonifica romana. Dai principali approdi, il percorso per Leonessa seguiva la via della Forca di Torre Fuscello, all’altezza della salita detta “La Spera”, luogo solare. In quest’area erano compresi gli antichi castelli di Grumolo, Monte Rotondo, Vallacula, Faccenda, considerati fino ad oggi praticamente introvabili. Ed era in quest’area anche il castello detto Bellacosa, nelle fonti medievali, che rimane invece ancora da individuare. Ippolito Tabulazzi, nel suo prezioso manoscritto seicentesco sulla storia di Labro, elencando le terre della donazione di Rinaldo di Guittone del 1152, indica quel castello con il nome di “Bellicosa”, che sicuramente si addice di più ad una rocca.

E’ importante sottolineare che per tutto il Medioevo il Lago Velino copriva un’area molto vasta a settentrione: dalle pendici dei Colli di Labro al Colle di San Pastore, dalla foce del Fiume di Santa Susanna alle falde di Monte Gambaro, consentendo la navigabilità da Piediluco a Rieti ed aree circostanti. La navigazione sul Fiume Velino era regolamentata dalle specifiche norme sancite dallo Statuto della città di Rieti. La vasta estensione di quello che veniva chiamato il Lago di Rieti è attestata anche dalle disposizioni relative alla regolamentazione della pesca, nonché dalle piante seicentesche di Giovanni Antonio Magini. Fino alla seconda metà del secolo XIX questa porzione della Piana Reatina rimase coperta da una serie ininterrotta di laghi e paludi. In una relazione del 1861 Bernardino Franceschini, amministratore del patrimonio della famiglia Potenziani di Rieti, ricorda come l’area paludosa si estendesse dalle pendici dei Colli di Labro a quelli di Rivodutri e Poggio Bustone.

Grotte di San Nicola
La località si trova alle falde del Monte Castagneto (m. 576), nei pressi dei casali detti “Mazzitelli”, al Ponte Sant’Angelo sul Fiumarone, nell’area delle Rosee, sotto il tracciato della statale 79 Ternana. Il sito identifica ciò che resta della villa romana attribuita al senatore Quinto Assio, di cui sono visibili le strutture di un criptoportico, sul pendio denominato “Promontoro”, che richiama evidentemente all’antica formazione lacustre del luogo. La villa doveva infatti trovarsi sulla sponda dell’antico Lago Velino, ed offriva un paesaggio di grande suggestione. Le tre cavità che sovrastano i ruderi romani, e che probabilmente facevano parte delle strutture di servizio, hanno fornito al Medioevo l’elemento su cui fondare i miti di sacralizzazione cristiana di uno dei luoghi emblematici della ricchezza di Roma, dello sfarzo del mondo pagano, entrato a far parte del demoniaco della religione nuova. Quelle che sembravano ormai grotte naturali furono intitolate a san Nicola, per una piccola chiesa che vi fu edificata sopra in onore di “detto Santo Pontefice Nicola”, come riferisce Loreto Mattei nel suo Erario reatino. Secondo Pier Giuseppe Colarieti Tosti, che scrisse di questa villa nel 1904, dovette esistere una minuscola chiesa nei pressi della villa, di cui fornisce anche una descrizione delle murature, inglobate in quello che fu il villino Paparelli del 1901, posto proprio in cima alla parete rocciosa alla base della quale si apre l’imbocco alle cavità. In seguito il villino fu trasformato in casale, ed oggi è tornato ad essere utilizzato come residenza.
Il Colarieti Tosti riferisce che il locale a piano terra del villino aveva il soffitto a volta ed il pavimento in opus testaceum. I muri erano composti di pietre e rottami di mattoni e tegole, collegati insieme con malta fortissima. Nella parete di fondo si apriva una finestra rettangolare con luce divisa da una croce di pietra irregolare. Egli riferisce anche che dalle grotte, oggi chiuse da cancelli, si svilupperebbero lunghi cunicoli, comunicanti con le strutture sepolte della villa. E Maria Carla Spadoni conferma che da quei cunicoli sembra possibile accedere ad ambienti interrati, decorati riccamente con mosaici e manufatti di pregio, trafugati, a quanto pare, in epoca recente. Il sito «Grotte di S. Nicola» è riportato nella Tavola generale della provincia dell’Umbria, del 1712, realizzata da Silvestro Amanzio Moroncelli. Risulta indicato sotto il castello di «Puleggia», Apuleggia sulla riva occidentale del Lago di Rieti.
Ippolito Tabulazzi, nel suo manoscritto seicentesco sulla storia di Labro, narra del rinvenimento di importanti materiali archeologici alla villa di Assio, concedendo qualcosa alla tradizione popolare, che vuole il demonio padrone e custode feroce dei mitici tesori nascosti, frutto malefico della passata religione pagana. Dopo aver riferito l’opinione diffusa che nella villa siano grandi tesori, specie nelle stanze sotterranee, racconta di alcune persone curiose, che in un tempo non definito, sarebbero andate in cerca dei tesori nascosti, con l’autorizzazione delle autorità ecclesiastiche.

«E dopo una lunga escavatione — scrive il Tabulazzi — si scoprì un portentoso e grosso serpe di grossezza più d’un Gavite [...] col movimento [...] quello che stava cavando un palmo e più sotto a terra, di che sbigottiti e spaventati i cava-tori lasciarono l’impresa imperfetta considerandosi perciò che fusse più tosto questo mostro infernale che animale terrestre o naturale».

È interessante sottolineare il termine di paragone che egli usa per indicare le dimensioni del serpente: il «Gavite»; probabilmente si riferisce alla boa galleggiante, legata ad un’ancora attraverso una catena, utilizzata dalle navi come ormeggio nei porti, oggi altrimenti detta “gavitello”. La scelta di questo termine marinaresco da parte del Tabulazzi forse può spiegarsi per la familiarità con i grossi barconi che in quel tempo ancora dovevano percorrere il fiume ed il Lago di Rieti e quello di Piediluco, necessari anche solo per raggiungere le opposte sponde. Proseguendo il racconto delle esplorazioni alla villa sepolta il Tabulazzi riporta la notizia dei rinvenimento di importanti reperti:

«Sono state tra queste rovine trovate monete d’ogni sorta, con l’effigie di diversi Consoli e Imperatori, e una picciola statua di metallo che molti dicono fusse un idolo, e altri di Assio o pur di un soldato, ma alla portatura — scrive il Tabulazzi che evidentemente deve aver visto personalmente quell’oggetto — esser d’Egli, io ho stimato fusse quella statua di gladiatori, vedendosi tener una mazza in mano. Come si sia è certo chiaro ch’è antica, e di consideratione. Vi sono stati anco trovati vetri trasparenti rassemblati, e coloriti [dal]le genti che son venuti à cercar tesori sono stati trovati travertini marmorei, e con belli cornicioni, pezzi di colonnelle d’ogni sorta, capitelli».
Quella piccola statua di metallo, ritenuta un idolo pagano, nella quale il Tabulazzi vuole vedere un gladiatore con la mazza, potrebbe essere invece l’effige di Ercole, raffigurato in forma classica, con la pelle di leone e con la dava. L’intitolazione della zona all’arcangelo Gabriele (al “Ponte di Sant’Angelo” sul Fiumarone), farebbe supporre una riconsacrazione cristiana di un piccolo tempio antico, sul quale sarebbe stata edificata la chiesa di S. Nicola. Solo l’indagine archeologica potrebbe dar conto di tale ipotesi.

Grumolo. Castello di Morro Vecchio

Sotto i Colli di Labro, attuale Comune di Colli sul Velino, sulla sponda destra del Fiume Velino, e del Fiumarone, emissario del Lago di Ripa Sottile, su di un cocuzzolo isolato che sembra sorgere dalle acque dell’antico Lago Velino, si elevano i resti di un’alta torre quadrata, di sei metri dilato, che dominava un villaggio, di cui si scorgono gli ambienti intorno al colle ed i resti di quella che doveva essere la chiesa di S. Tommaso de Grumulo.
Come riferisce Tersilio Leggio, il sito sembrerebbe non avere storia, in quanto compare nelle fonti solo a livello cartografico nel Cinquecento, indicato già allora come «Muro vecchio», «Muro Vetere» e “Morro Vecchio”, come viene indicato localmente. Egli propone l’ipotesi che sia appartenuto ai signori di Labro, che hanno esercitato una forte egemonia in quest’area per tutto il Medioevo.
L’ipotesi è confermata dal manoscritto inedito seicentesco di Ippolito Tabulàzzi, sulla storia di Labro, che identifica Morro Vecchio — che lui chiama “Moro Vecchio” — con Grumulo, per via della chiesa di S. Tomasso de Grumulo, di cui riferisce con precisione, citando la documentazione del 1508, e la donazione del 1152, in cui il castello di « Grumulo» è attribuito a Rainaldo di Guittone, dove si attesta che vi era un’abitazione «d’otto stanze, con molte pescagioni”. Guittone, donò alla Basilica di S. Giovanni in Laterano vari possedimenti nella zona settentrionale della Valle Reatina, riservando per sé quattro feudi e tre pescatori in «Grumulo», a sottolineare la rilevanza dell’insediamento portuale sui laghi della Piana Reatina e sul Fiume Velino. Il castello risulta indicato anche nell’atto del 1186 che sancì l’accordo tra la Basilica di S. Giovanni in Laterano e gli altri aventi diritto sui castelli e le terre del versante occidentale dei Monti Reatini, che avevano impugnato la donazione di Rinaldo516. Secondo il Toubert, il castello di Grumulo risulta abbandonato alla fine del XII secolo, e ne indica la collocazione nell’area dei laghi della Conca Reatina, senza poterne rilevare nemmeno la posizione approssimativa.
Dai documenti medievali il castello di «Grumuli» o “Grumulo”, risulta collocabile con certezza nel territorio di Labro. Nel documento del 1186 esso viene accostato a quello di «Vallacula» o “Vallacoli”. Nell’elenco delle chiese reatine del 1398, edito da Di Flavio, le chiese di Grumulo sono elencate dopo quelle di Piediluco e prima di quelle di Mono Reatino, esattamente come nell’elenco delle chiese reatine del 1252, individuato e trascritto da Tersilio Leggio. Si tratta di S. Salvatore, che il vescovo Marini, nel suo commento settecentesco, indica «in faccia al casale Sanizi, in vocabolo Vallacula verso mezzogiorno, dove asseriscono le vestigia e il sito si chiama anche Castediruto». In Vallacula, o Vallacola, secondo il Marini, stava anche la chiesa di S. Tommaso — menzionata come pieve «sancti Thomae in Grumulo» nella bolla di Anastasio IV del 1153, e in quella di Lucio III del 1182 — che invece, secondo il Tabulazzi, si trovava presso i ruderi di Morro Vecchio. C’era poi la chiesa di S. Leonardo di Faccenda , e S. Lorenzo di Monte Rotondo. Nei registri quattrocenteschi dell’introito dell’episcopato reatino, editi da Di Flavio, le chiese di «Grumulo» sono indicate nello stesso modo, con la specifica di «Vallacola». Nelle ultime carte dello stesso registro vengono però comprese in quelle di Labro, segno evidente di decadimento dell’abitato e di accorpamento del suo territorio. Nel 1508 la chiesa di S. Tommaso de Grumulo è indicata «ad murum vetus castel diruto», nella bolla emessa l’undici febbraio di quell’anno dal vescovo di Rieti cardinale Giovanni Colonna, con la quale furono aggregate a S. Maria di Labro, eretta a collegiata, l’antica pieve di S. Salvatore de Grumulo, con le altre chiese di Vallacola.
Nelle rubriche dedicate alla regolamentazione della pesca dello Statuto comunale di Rieti del 1349, si stabilisce che i pescatori di Piediluco non potevano superare la punta di Grumolo, che immetteva nel Lago di Rieti. Lo riferisce Tersilio Leggio nel suo saggio su pesca ed acque nel Medioevo reatino, fornendo così la collocaziobe puntuale ed inequivocabile del sito. Nelle Tavole seicentesche del geografo Giovanni Antonio Magini, relative all’Umbria, alla Sabina ed al ducato di Spoleto, viene riportato l’insediamento abitato di «Muro Vecchio», collocato tra la sponda sinistra del Velino, e le rive sud orientale e sud occidentale del Lago di Rieti, ossia alla confluenza del “Fiumarone” nel Velino, ossia la punta di Grumolo. Il sito risulta completamente circondato dalle acque, come riporta lo Statuto antico del Comune di Rieti e come riferisce Ippolito Tabulazzi. L’insediamento lacustre è indicato sotto l’abitato di “M. Ritondo”, ossia il castello di Monte Rotondo, di fronte all’Hosteria di Ripasto, Reopasto• Le indicazioni del Magini sono riprese fedelmente anche nelle carte successive, relative all’Umbria e al ducato di Spoleto: da quella di Henricus Hondius del 1636; a quella di Pieter Schenk e Gerard Valk, realizzata intorno al 1700; a quella di Pieter Mortier del 1704; fino alla Tavola generale della provincia dell’Umbria del 1712, di Silvestro Amanzio Moroncelli, dove rimane l’indicazione dell’abitato di Monte Rotondo e di Repasto, ma si perde quella di Muro Vecchio, pur riportando l’isolotto alla foce del Fiumarone nel Velino.
Il castello di «Moro Vecchio», scrive il Tabulazzi, «si truova in mezzo all’acque, come rende chiaro il suo sito, poiché per arrivarci si passava per un ponte di legni, che sostenevano il ponte levatore, come sin’hora ve si vedono i fondamenti del ponte predetto». E prosegue descrivendo il sito:

«In quel luogo v’era anco come al presente v’è un’alta torre poco lontana dal tempio [di S. Tommaso] alla cui vicinanza d’un passo, è openione indubitata, vi fosse trovato un [..] sotto una finestra marmorea cui esistente sotto à quale erano scolpiti un ferro di cavallo, con un seme, e fino à nostri tempi ve si vedeva una forma d’una cassa di marmo».

Luogo fortificato dalla natura, lo definisce, per essere praticamente circondato dalle acque dei laghi che chiama di «Grumulo», che ancora ai suoi tempi occupavano quella parte della Piana Reatina. Per questo il luogo fu utilizzato, secondo lui già dagli aborigeni, che occuparono anche le pendici dei colli di Monte Isola, poco distante, dove dovevano sentirsi sicuri. E forse non si è sbagliato di molto, considerando i rilevamenti di insediamenti perilacustri dell’età del bronzo e della prima età del ferro, compiuti proprio in quest’area, fino al Lago di Ventina, dalla Cattedra di protostoria europea dell’Istituto di archeologia dell’Università degli studi di Perugia, guidata dal professor Gianluigi Carancini, nella prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso. Le foto delle alluvioni degli anni Venti e Trenta del Novecento, ci mostrano i resti di Morro Vecchio in cima al piccolo colle, privo di vegetazione, che emerge dalle acque. L’esondazione evidenzia i segni della vecchia strada di accesso sopraelevata, sul fianco settentrionale del colle. Il toponimo Grumolo sembrerebbe rimasto, almeno fino al tempo del Tabulazzi, ad indicare la chiesa ed il villaggio di Morro Vecchio, che ancora dovevano apparire abbastanza integri sulla collinetta tra le acque degli stagni, dato che il definitivo abbandono del sito sembra sancito dall’aggregazione della chiesa alla collegiata di Labro nel 1508.
Il ferro di cavallo ed il serpente, scolpiti sotto una finestra dei resti di un’abitazione del castello diruto, descritti dal Tabulazzi, probabilmente costituiscono una delle più antiche attestazioni del culto di san Domenico abate, originario dei dintorni di Foligno, ordinato sacerdote nei monastero di S. Maria di Pietrademone, nei pressi di Scandriglia, in Sabina, trasferitosi successivamente in Abruzzo. San Domenico abate, noto come san Domenico di Cocullo, è una tipica personalità del mondo medievale, formatasi nell’ambito della spiritualità monastica benedettina, nella seconda metà del secolo X. Il culto del santo è noto in diverse aree dell’Appennino Centrale, strettamente legata alla protezione dai morsi dei serpenti e degli animali rabbiosi, che rimanda alla
grande festa di maggio a Cocullo, in provincia dell’Aquila. Da sempre i simboli della santità di Domenico abate folignate sono il serpe ed il ferro di cavallo della sua mula, reliquia fondamentale, insieme a quella del dente, che nella tradizione popolare terrebbe lontani i pericoli delle odontalgie. Un importante centro di culto del santo è documentato da Giuseppe Profeta nel paese di Apoleggia, frazione di Rivodutri, sulla strada per Labro e Morro Reatino, non lontano da Morro Vecchio. Nella chiesa di 5. Michele Arcangelo di Apoleggia si conserva una statua di san Domenico, raffigurato con l’abito nero benedettino: nella mano sinistra ha il ferro della mula e nella destra il pastorale; ai suoi piedi ci sono tre serpenti in atto di sollevarsi ed un cane idrofobo, che morde il braccio di un bambino530. A Pie’ del Poggio di Leonessa esiste un’immagine murale ottocentesca di san Domenico, con i suoi segni distintivi tradizionali531. A San Vito di Leonessa è attestata la devozione all’omonimo santo patrono, al quale la tradizione attribuisce le stesse prerogative di san Domenico. Secondo una visita pastorale del 1908 — segnalata da Vincenzo Di Flavio— i serpenti, che si aggiravano liberamente per le strade e nelle case, venivano posti sull’altare della chiesa parrocchiale, nel giorno della festa di san Vito. La devozione al santo, protettore dal morso degli animali rabbiosi e dal veleno dei serpenti, è descritta minutamente nella ricerca sul campo condotta da Mario Polia e da Fabiola Chàvez Hualpa, nel territorio di Leonessa.
L’indagine archeologica condotta a Morro Vecchio dall’Università degli studi di Leicester, tra il 1988 ed il 1991, ha portato in luce materiali di notevole interesse, quali ceramiche invetriate dell’XI secolo, di produzione romana, e scorie di fusione. Il rilievo della sommità del colle ha evidenziato le strutture murarie di una rocca rettangolare, di venti metri per dieci, orientata da est ad ovest, che doveva inglobare la torre, spostata sul lato occidentale. I resti dell’abitato, intorno alla rocca, compresi quelli della chiesa di S. Tommaso, risultano racchiusi entro un lungo perimetro murario, che cingeva tutta la collina. Solo un edificio risultava esterno alle mura del castello; quei ruderi si trovano sul lato di sud ovest, alle falde del colle, dove degrada verso la pianura alluvionale. Potrebbero essere le strutture di un molo, di un approdo. L’insediamento, come si è detto, controllava infatti la navigabilità del fiume e dei laghi di Grumolo, in un punto nevralgico, sulla linea dei porti fluviali di Reopasto e di Colli di Labro, tra il Lago di Piediluco e la città di Rieti. Secondo Leggio è probabile che sia stato abbandonato effettivamente all’inizio del XVI secolo, quando la Piana Reatina tornò ad impaludarsi soprattutto in quel punto. Ed anche questa ipotesi trova conferma nel manoscritto del Tabulazzi e nell’aggregazione della chiesa di S. Tommaso alla collegiata di Labro.



Un isola in mezzo alle acque... La Torre di Morro Vecchio durante l'alluvione del Velino del 1928
allorché temporaneamente gli acquitrini  dilagarono per la conca reatina
al livello analogo alla situazione del Lacus Velinus prima della bonifica romana
 o ai tempi del rimpaludamento medievale.

 

Porto del Torrone

La località si trova circa un chilometro a sud ovest della Torre di Morro Vecchio, sul fianco meridionale del Monte Rotondo (m. 555), appena sopra un piccolo valico vicino alla sponda del fiume, attraversato dalla vecchia strada per il «Porto Squinterano» e per il castello di Faccenda. Il toponimo “Torrone” (torrione) indica la persistenza, a memoria d’uomo, di una grossa struttura difensiva, di cui sono stati rinvenuti i resti, insieme ad altri insediamenti medievali, nel rilievo archeologico compiuto dall’Università degli studi di Leicester, tra il 1988 ed il 199 ~ Nella mappa del Catasto Gregoriano reatino di Labro, Sezione «Colli» (l’attuale Comune di Colli sul Velino), il sito è denominato esplicitamente «Porto del Torrone», a indicare l’antico porto sul Lago Velino, collegato a quelli di Reopasto, che si trova proprio sulla sponda opposta del Fiume Velino, di fronte al colle.
Il Porto del Torrone era direttamente collegato al castello sulla cima del Monte Rotondo, e agli altri insediamenti dei Colli di Labro, sull’asse stradale che consente l’accesso anche alla via per Terni, per Morro Reatino e per Leonessa. Fino ad ora non risultavano però notizie più analitiche sull’insediamento del Torrone, che sembra aver avuto le stesse vicende del castello di Morro Vecchio. Il Toubert considera gli insediamenti di Colli di Labro (Colli sul Velino) direttamente collegati all’attività portuale sul Fiume Velino, in aperta rivalità con l’insediamento di «Repasto» o Reopasto e con il suo porto di «Tavola», che egli individua nel «Casale La Tavola», nei pressi del fiume, sotto Pie’ di Moggio. Per il Toubert gli insediamenti di Reopasto e dei Colli di Labro rivestivano una notevole importanza economica: insieme a quello di Corese, sul torrente omonimo, non lontano dalla confluenza nel Tevere, erano gli unici porti fluviali del territorio reatino. Va ribadito, inoltre, che in questo caso si trattava di navigazione lacustre e solo parzialmente fluviale.
Ancora una volta è Ippolito Tabulazzi, l’erudito notaio bibliofilo, a fornirci e confermarci le chiavi interpretative e le puntuali notizie storiche sul sito, attraverso il suo manoscritto seicentesco sulla storia di Labro, conservato nell’Archivio della famiglia Nobili Vitelleschi, proprietaria del palazzo baronale. Dopo aver illustrato i resti della villa di Quinto Assio ed il castello di Morro Vecchio, prosegue la descrizione sempre verso occidente:

«più a basso nel medesimo cammino ve si trova un furge [ossia una forcella, un piccolo valico] e grossa torre, chiamata oggi da paesani il Torrone nella cui muratura stava legata una grossa catena, come si vede dalla lettura d’un laudo fatto tra gli abitanti di Labro e Luco l’anno 1327. Detta catena [chiamata di] Grumoli
infrascritta [...] la quale arrivava di la dal fiume Velino, et ogni sera da guardiani della torre si stendeva al luogo destinato per impedir il passo, à naviganti, che dal lago Velino e di Luco passavano nei stagni, e laghi di Grumulo (vd. 45), e nell’altri laghi (...). Non mancano huomini degni di fede — sottolinea il Tabulazzi -che alla nostra età han visto la medesima catena esser in detta torre, come oggi ve si vedono esser l’anelli di ferro, ai quali era legata e congionta».

Più in basso il Tabulazzi indica poi la presenza di un piccolo insediamento abbandonato, tra cui una casa diruta, che fu una mola da grano, protetta da quella grossa torre, che al suo tempo era ancora perfettamente visibile. Le catene erano normalmente utilizzate per la chiusura notturna dei porti di una certa rilevanza, sia marittimi che lacustri, per impedire l’accesso durante la notte oppure in caso di conflitto. Questo sistema di chiusura caratterizzava a tal punto il paesaggio dei porti nel Medioevo, che i tribunali preposti alle controversie, relative ad affari di navigazione, erano detti Corti della Catena.
La ricostruzione storica dell’erudito notaio bibliofilo di Labro diventa addirittura analitica, quando riferisce che sulla cima minore del Monte Rotondo era esistita in passato la chiesa di «S. Maria della Catena», detta così per il riferimento diretto alla catena di Grumulo al Torrone. Sulla cima maggiore, invece, descrive i resti imponenti di una fortezza, fornendo tutti gli elementi necessari per la storia dell’incastellamento dell’area de «Li Colli». Con precisione notarile riferisce poi le vicende legate alle contese tra i Nobili di Labro e i loro vicini, legate direttamente al controllo della grande via d’acqua costituita dal fiume, dai laghi e dagli stagni, su cui si affacciavano i porti di «Grumuli» e di «Agnese». La lunghissima contesa ha origine dalla guerra del 1298, tra i signori di Labro ed il castello di Luco, per il possesso del Monte Caperno, che domina il lago, su cui quei signori tentarono di edificare una torre. Il Tabulazzi narra la vicenda così come è fedelmente ricostruita dal Sansi, a fine Ottocento, nella sua storia di Spoleto, riferendo sulla pretesa dei «Lucani», di voler eliminare oltre la torre del Monte Caperno anche il «Porto di Agnese» e gli altri quattro approdi sotto i Colli di Labro. L’accordo del 1327 aveva sancito la salvaguardia di quei porti, ma la contesa durò almeno altri due secoli e mezzo: il Tabulazzi riferisce, infatti, che nel 1553 i Piedilucani pretesero espressamente l’eliminazione della Catena di Grumuli, castello ormai abbandonato e diruto «nelle parti di Labro», a cui fu lasciato «per ogni buona ragione il diretto dominio» sui colli sopra il Velino, in rispetto ai patti del 1327. Si trattò di una guerra contro i pedaggi medievali, per il libero transito delle merci sul fiume, che evidentemente manteneva intatta la sua funzione di fondamentale via di comunicazione. Solo nel 1560 si arrivò ad un accordo tra le due comunità, sancito da un atto rogato dal notaio Domenico Tabulazzi, con cui si definivano i confini, da «Grumulo» e «Monte Rotondo», alle «Fiuminate» del Velino, allo «Squintrone» (probabilmente il Porto Squinterano), ed al «Porto di Agnese», di fronte all’Hosteria di Piediluco.


Porto dello Squintrone alle Fiumenate

E’ nominato come «Porto Squinterano», insieme a «Porto Lungo», nella mappa del Catasto Gregoriano reatino di Labro, Sezione «Colli», indicato ad ovest del «Monte Rotondo», sulla sponda destra del Fiume Velino, sulla via che dal «Porto del Torrone» conduce al Castello di «Faccenda» ed al Lago di Ventina.
Il sito — indicato localmente con l’antico nome di “Squintrone” — è identificabile con i ruderi della «Casa di Lama Jenzo» nella Tavoletta I.G.M., all’imbocco della «Vallesia», che risale alla «Castellina» di Colli sul Velino. Il «Porto Lungo», indicato nel Catasto Gregoriano circa un chilometro a nord ovest, sulla stessa via per «Faccenda», è identificabile con i resti di « Casa Fiumenate», sotto strada, sempre sulla sponda destra del fiume, raggiungibile con apposita carrareccia. Lo «Squintrone» — toponimo molto vicino a quello ottocentesco di «Squinterano» — è nominato, insieme a «Grumulo» e «Monte Rotondo», alle «Fiuminate» e «Fiumenate», nei confini tra Labro e Piediluco stabiliti a seguito dell’atto del 1560, rogato dal notaio Domenico Tabulazzi, riportato nel manoscritto seicentesco sulla storia di Labro di Ippolito Tabulazzi, la fonte primaria per le ricerche di topografia medievale di quest’area.
A nord ovest della costa di Colle Lungo ci sono i ruderi della struttura detta localmente “La Casetta di Fiuminate”, in un’ampia ansa del fiume, circa un chilometro più a nord dell’altra “Casa Fiumenate”, anch’essa sulla stessa sponda del fiume, di fronte all’abitato di Pie’ di Moggio, sulla sponda opposta. La “Casa Fiuminate”, sotto Colle Lungo, è indicata come rudere nella Tavoletta I.G.M. del 1951 ed è ricordata nelle fonti orali come “La Casetta de Toto”, probabilmente perché usata come abitazione di fortuna. Oggi è ridotta ad un cumulo di macerie, nel piazzale antistante la Galleria di Colle Lungo della superstrada Rieti-Terni
Sulla costa della collina innominata, di quota 483 metri, che si erge a nord est della “Casetta Fiuminate”, tra Colle Lungo e il Lago di Ventina, la fonte orale indica i resti di una torre ritenuta antica. Quella è la Collina di Faccenda, attestata dalla mappa del Catasto Gregoriano di Labro, Sezione «Colli», sulla cui sommità sorgeva il castello omonimo. I resti di quella che doveva essere una torre esistono effettivamente, a quota 430 metri circa, e sono visibili dalla strada. Si tratta di un edificio a pianta quadrata, di circa sette metri di lato, i cui ruderi si elevano per otto metri dal terreno, coperto dalla boscaglia, con murature a sassi, realizzate con grosse pietre squadrate agli angoli. Potrebbe essere identificato come torre di guardia delle Fiuminate e del Porto dello Squintrone o Squinterano, avamposto del Castello di Faccenda.
Le Fiuminate o Fiumenate, erano le aree di periodico impaludamento del fiume, sfruttate come peschiere e come approdi per le barche, utilizzate fino agli anni Trenta del Novecento per attraversare il Velino. Dalla stazione ferroviaria di Labro-Moggio, posta sulla sponda destra, per raggiungere Pie’ di
Moggio, sulla sponda sinistra, non esistendo ancora il Ponte Ubertini, negli anni Cinquanta del Novecento si traghettava con le barche dai moli delle opposte Fiuminate. L’intera sponda destra del fiume, dal Porto Squinterano a quello del Torrone è denominata “Fiumenate”, intesa come naturale zona di periodica espansione dell’alveo, dove le barche erano utilizzate per evacuare in fretta il bestiame, quando le alluvioni erano periodiche e costanti

Rocchetta di Monte Rotondo e S. Maria della Catena

L’origine della rocca è strettamente collegata alle vicende dell’antico castello di Grumolo, e della chiesa di 5. Lorenzo, indicata come «sanctus Laurentius de Monte Rotundo» appunto tra i luoghi sacri di quel castello, nell’elenco delle chiese della diocesi di Rieti del 1252. Nell’elenco delle chiese
reatine del 1398 è indicata nello stesso modo, appartenente a «Grumulo», ed è detta di «Monte Rotondo» perché collocata, secondo il commento settecentesco del vescovo Marini, «di là da s. Maria Maddalena [di Colli sul Velino], dove un colle si chiama Monte Rotondo».
La tradizione attribuisce oggi a quel colle il toponimo di “Rocchetta di Monte Rotondo”, individuando però i resti di due distinti insediamenti medievali, collocati su ciascuna delle due cime della collina. Secondo gli studi compiuti dall’Università di Leicester, tra il 1988 ed il 1991, si tratterebbe di due castelli collegati agli insediamenti di pianura di Morro Vecchio e del Torrone. I resti sulla collina principale (m. 555), ad occidente dell’abitato di Colli sul Velino, sono costituiti da tratti di muri a sassi che cingevano la cima, ruderi di ambienti interni, cumuli di macerie e dal tracciato del fossato difensivo. Appartengono certamente ad una grossa rocca, con le strutture abitative e difensive, compreso il mastio e le mura di cinta dell’antico castello, che racchiudeva il villaggio. L’insediamento fortificato, di tipo sommitale, doveva avere una dimensione di almeno due ettari.
I resti dell’insediamento sull’altra collina (m. 525), hanno dimensioni minori, e corrisponderebbero a quelli di alcuni edifici. I due siti molto vicini sono cosparsi di frammenti fittili e laterizi, tra cui grossi embrici, e sono a loro volta collegati direttamente alla località denominata “La Castellina”, sul crinale del colle detto “Case di Monte Lungo”, a circa seicento metri di quota. È questo, probabilmente, l’insediamento intermedio sorto ai piedi della rocca medievale e successivamente estesosi a formare l’abitato di Colli di Labro, divenuto nel 1957 comune autonomo, con la denominazione di Colli sul Velino. La Castellina, che domina anche la località di Faccenda, a cui è collegata direttamente per mulattiera, risulta citata, come villaggio principale della zona, appodiato di Labro, nella Carta corografica della Delegazione di Rieti del 1849. La parte più elevata di quell’insediamento conserva i ruderi di alcuni edifici, realizzati a sassi, lungo la via che collega le cime di tutti i colli. Il Catasto Gregoriano di Labro, Sezione «Li Colli», riporta altri quattro insediamenti strutturati sui cosiddetti Colli di Labro: le poche case di «Biancone», quelle di «Colle Capanula», l’abitato della «Forcella di Monte Rotondo», e quello di «Monte Fuzio».
L’insediamento sulla cima principale di Monte Rotondo si trova in posizione dominante rispetto all’area occupata dalle terre di Morro Vecchio, dei porti del Torrone, dello Squinterano (o Squintrone), delle Fiumenate lungo il Velino, con Vallacora e Faccenda. Le macerie sulla cima minore del Monte Rotondo dovrebbero appartenere alla chiesa di «S. Maria della Catena», il cui nome era riferito alla Catena di Grumolo, descritta dal Tabulazzi sopra la torre del Porto del Torrone, alle pendici sud orientali del Monte Rotondo.
Nel libro delle famiglie illustri e nobili d’Italia, realizzato da Fanusio Campana nel XV secolo, riportato da Costantini e Labella nella trascrizione del manoscritto anonimo seicentesco sull’origine e sulla fondazione di Leonessa, si dice che Berardo degli Arrone aveva tra le sue attribuzioni un castello detto di «Monte Rotondo», elencato insieme a quelli di «Labro», «Pulegia» (Apuleggia), «Morro» (Morro Reatino) e «Cocoione», senza nominare Grumulo. L’insediamento di «Monterotondo» è riportato anche nei manoscritti cinquecenteschi di Mariano Vittori, tra le terre distrutte e abbandonate sui monti di Labro, insieme a quella di «Vallacola», e citati da Carlo Latini, nelle sue memorie inedite ottocentesche, per servire alla compilazione della storia di Rieti.
Ippolito Tabulazzi, nel suo manoscritto seicentesco sulla storia di Labro, identifica l’antico castello di Grumulo con Morro Vecchio, principalmente per il motivo che la chiesa di quel castello era detta «S. Tommaso de Grumulo», che nella bolla di Lucio III del 1182, emanata per la definizione dei confini della diocesi di Rieti, è definita «Pieve di S. Tommaso in Grumulo», insiema all’altra «Pieve di S. Maria in Anglise» e a «S. Susanna». Il Tabulazzi attribuisce, invece, il nome di «Rocca di Monte Rotondo» ai grandi ruderi che descrive in cima alla collina:

«Poco più in alto [dei resti della chiesa di S. Maria della Catena] — egli scrive — si trova un’altra forte torre baluardo e fortezza che vogliono dire per un tiro d’archibugio da Monteritondo [ossia dalla chiesa], che si guarda non solo li piani E...], ma anco i laghi contigui, e l’istesso Monteritondo, l’uno e l’altro diruti, come si vede da i fossi di ch’è circondato, e dalle grosse muraglie, che si scorgono, e fuori di questo castello per un quarto di miglio, v’era la chiesa di Santa Maria Madalena diruta, e questa aggregata alla collegiata di Labro».

Nella descrizione dei confini delle terre spettanti alla collegiata di Labro il Tabulazzi riferisce che vi sono compresi i «territori di Grumulo, e Monte Ritondo», e poi di seguito, «stendendosi il Decimatorio dal Capocroce del Montecastellone, girando per Vallecupa alla volta del Stagno, ò lago ch’era sopra a Grumulo [intendendo evidentemente che v’era sopra Grumulo] hoggi Moro Vecchio e di qui tira à lato del Fiumarone e fiume per li piani delle fiumenate. Il confine del «decimatorio» proseguiva sotto l’abitato di Moggio (Moggio Reatino), al «Reotano», per la sommità del «Monte Restano», per arrivare al «Colle Ventoso», alle «Paludi dei Frati» e ritornare al «Castellone».
L’insediamento di «M. Ritondo» è indicato, in cima al colle, tra il «Lago di Rieti» e quello di Pie’ di Luco, sopra «Muro Vecchio», di fronte all’«Hosteria di Ripasto», Reopasto, nei pressi di Labro, nelle Tavole seicentesche che Giovanni Antonio Magini ha dedicato all’Umbria e alla Sabina». Il sito è riportato anche nelle piante successive, relative all’Umbria e al ducato di Spoleto, fino al 1712.

Rocchetta di Faccenda

E’ nominata nel commento settecentesco del vescovo Saverio Marini all’elenco delle chiese della diocesi di Rieti del 1398, edito da Vincenzo Di Flavio, a proposito di «S. Leonardo de Murion», tra le chiese di Grumulo. Secondo il vescovo Marini stava nel «Colle di San Leonardo», «alias la Rocchetta di Faccenda, dove si vedono le vestigia, dove possiedono li castelli di Terni». Nell’elenco delle chiese reatine del 1252, la chiesa di S. Leonardo, facente capo a quelle di Grumulo, è detta «de Murrecono». Ippolito Tabulazzi, nel suo manoscritto seicentesco sulla storia di Labro, indica il tempio dedicato anticamente a s. Leonardo, e compreso tra le chiese di Grumulo, «posto in un Monte verso il Lago di Vigentina».
La località “Faccenda” — non nominata sulle tavolette I.G.M. — costituita da alcuni casali abitati, è frazione del Comune di Colli sul Velino, e si trova ai piedi di due collinette oggi innominate (m. 483 e 470), che si elevano tra il Monte Lungo (m. 626) ed il Lago di Ventina, proprio al confine con la Provincia di Terni. La cima più elevata di quelle due colline è indicata come «Vetta s[opra] s.[critto] Monte Facenda», nella mappa del Catasto gregoriano reatino di «Labro» del 1819.
Sulla cima della collinetta più elevata si trovano i resti di un insediamento di probabile origine medievale, di cui non resta traccia nella memoria dei residenti, se non per indicare l’esistenza di quelle tracce murarie, che fino a trent’anni fa avevano una maggiore consistenza, secondo quanto riferito da persone del posto. Si tratta di resti di fondazione di una struttura rettangolare, di circa dodici metri per dieci, con muri forse di due o tre metri di spessore, completamente ricoperti di rovi e dissestati a causa dei disboscamenti. Intorno si vedono tracce di altri ambienti, con muri a sassi. Sulla cresta ovest della collina, sotto la cima, si trovano i resti di una torre quadrata, probabile avamposto del castello di Faccenda, a difesa dell’approdo sul Fiume Velino, sulla strada che collegava il Lago di Ripa Sottile a quello di Ventina, detto il «Porto di Squinterano» o «Squintrone». Si tratta di un edificio a pianta quadrata, di circa sei metri dilato, i cui ruderi si elevano per otto metri dal terreno, coperto dalla boscaglia, con murature a sassi, realizzate con grosse pietre squadrate agli angoli.
Del Colle San Leonardo, sul quale si troverebbe l’antica chiesa omonima, rimane traccia toponomastica esclusivamente nel “Colle Verardo” (non rilevato in I.G.M.), trecento metri a sud dei Colli di Faccenda, al vecchio cimitero di Colli di Labro, dove fino a qualche anno fa erano visibili i resti di un probabile edificio di culto, oggi ricoperto completamente dalla vegetazione. Dal vecchio cimitero di Colle Verardo parte la mulattiera per l’abitato de “La Castellina” di Colli sul Velino.
 


 * Roberto Marinelli, "Malinconiche Dimore", Indagini tra topografia ed etnografia degli insediamenti medievali e pastorali abbandonati dei monti reatini ai confini dell'Abruzzo. Ed. Deputazione Abruzzese di Storia Patria, 2007.